Un anno, la durata dell’amore romantico

Secondo uno studio italiano, l’amore romantico tipico dei primi mesi di quando due persone si mettono insieme, durerebbe solo un anno.

I dati relativi a questo studio sono stati pubblicati sulla rivista Psychoneuroendocrinology. La ricerca è stata condotta all’Università di Pavia e ha individuato la sostanza del cervello che potrebbe essere la causa scatenante delle sensazioni che provano le persone appena innamorate.

Secondo il team coordinato da Pierluigi Politi, nelle persone appena innamorate ci sarebbero dei livelli più elevati di una particolare proteina che ritornerebbero a degli standard normali dopo circa un anno.

Per studiare il fenomeno sono stati analizzate diversi gruppi di persone divisi in base alla durata del rapporto di coppia. Nelle persone dove la relazione era iniziata da poco, sono stati riscontrati dei valori di NGF più alti rispetto alle coppie che stavano insieme da più di un anno.

Anche se la proteina NGF, Nerve Growth Factor, venne scoperta da Rita Levi Montalcini negli anni ’40, fino ad oggi si ignorava la possibilità che potesse influenzare anche quelle sensazioni di euforia e felicità tipiche del primo periodo dell’innamoramento.

I dati più significativi si sono ottenuti dall’analisi di 58 coppie i cui livelli di NFG sono stati tenuti sotto controllo per tutto il periodo della ricerca. Dopo un anno, 39 copie presentavano dei livelli della proteina simili ai single e alle altre coppie stabili.

Un altro aspetto che è emerso dalla ricerca è che i livelli di NFG calano con il passare degli anni. Nell’iniziare una nuova relazione un ventenne avrà dei livelli della proteina più alti rispetto a un trentenne.

I ricercatori tengono comunque a precisare che dopo il primo anno non finisce l’amore, finisce solo questa fase “acuta” che lascia il posto ad altre sensazioni.

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Più dolori post parto se il papà è ansioso

Dolori post parto

Uno studio ha evidenziato che un papà con ansie e paure per il parto della futura mamma può aumentare i dolori post-parto relativi al cesareo. La ricerca, coordinata da Ed Keogh, è stata condotta in collaborazione fra l’University of Bath e l’Imperial College di Londra.

L’indagine ha coinvolto 65 donne alle quali, per possibili complicazioni, era stato sconsigliato il parto naturale e avrebbero dovuto ricorrere al parto cesareo. I dati raccolti hanno evidenziato un legame fra le ansie e paure del futuro padre e il livello di paura e ansia della mamme nei confronti dell’operazione.

Secondo i ricercatori ci sarebbe anche un altro effetto negativo. L’ansia del papà, oltre a rendere più acuto il dolore post parto, potrebbe compromettere l’allattamento al seno e il rapporto dei genitori con il futuro nascituro.

Delle 65 donne, 61 hanno scelto di far assistere il proprio compagno all’intervento chirurgico in anestesia locale, 4 hanno invece scelto di farsi assistere da una donna. I dati della ricerca sono stati raccolti attraverso un questionario sottoposto a tutti i partecipanti relativo al prima, durante e dopo parto. Le domande del questionario riguardavano i livelli di paura, le aspettative e le varie sensazioni nelle diverse fasi, alle mamme sono stati anche chiesti i livelli di dolore durante e dopo il parto.

I dati raccolti hanno evidenziato che le donne che avevano già in partenza le aspettative peggiori, hanno accusato livelli di dolore post-parto più alti. La situazione veniva “aggravata” nelle situazioni in cui il compagno lasciava trapelare durante l’intervento le sue ansie attraverso smorfie e gesti di paura.

Il dottor Keogh spiega che la presenza del partner durante il parto potrebbe avere degli effetti positivi sulla partoriente, perché questo sia valido però bisognerebbe prepararlo preventivamente affinché possa essere di supporto e non essere ansioso.

tratto da http://www.universonline.it

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Bulimia e anoressia maschile

Anoressia e bulimia, dei disturbi del comportamento alimentare, sono in continua crescita nella popolazione maschile. Anche se il disagio psicologico continua ad essere maggiormente diffuso fra le donne, nell’ultimo quinquennio il numero di uomini colpiti da anoressia e bulimia è raddoppiato. Secondo gli ultimi dati, il 10 per cento del totale dei casi è di sesso maschile.Osservando le statistiche nazionali si rileva che il 2 per cento della popolazione maschile e quasi il 5 per cento di quella femminile presentano una qualche forma di anoressia o bulimia. Purtroppo, ogni anno, si continuano a registrare nuovi casi soprattutto nella fascia d’età dei più giovani. Gli esperti spiegano che a differenza delle donne, gli uomini colpiti da anoressia o bulimia non hanno ancora una piena consapevolezza del proprio problema e anche nei casi in cui se ne è coscienti tendono a chiudersi in se e a non parlarne con nessuno.Camillo Loriedo, psichiatra del Centro anoressia e bulimia del Policlinico Umberto I di Roma, ha fornito una panoramica sugli ultimi dati relativi alle persone colpite da uno di questi disturbi alimentari, un fenomeno che interessa circa 3 milioni di italiani.I disturbi alimentari hanno delle serie ripercussioni sulla salute dei pazienti, inoltre, l’anoressia porta alla morte tra il 5 ed il 20 per cento dei pazienti (in un quarto dei casi per suicidio) mentre la bulimia porta alla morte nel 3 per cento (in un quarto dei casi per suicidio). Loriedo evidenzia che nella maggior parte dei casi questi fenomeni possono essere contrastati attraverso delle strutture specializzate come il centro per la cura dei disturbi del comportamento alimentare del Policlinico Umberto I di Roma, una struttura che segue circa 500 pazienti ogni anno.Secondo l’esperto quello che manca in Italia non sono tanto le strutture, abbastanza diffuse sul territorio, ma un sistema che permetta di collegare efficacemente i diversi servizi tra loro. Loriedo spiega che i pazienti hanno bisogno di essere seguiti per un lungo periodo nelle varie fasi della terapia, purtroppo, in molti casi non si riesce a coordinare i vari step in quanto il paziente passa per centri e strutture del tutto scollegate o addirittura in competizione fra loro.

Approfondimento sui disturbi del comportamento alimentare

I disturbi dell’alimentazione si caratterizzano per l’alterazione del comportamento alimentare e della percezione dell’immagine corporea. Se ne distinguono due: anoressia nervosa e bulimia nervosa.La bulimia nervosa è un grave disturbo del comportamento alimentare caratterizzato da una tendenza autolesionista per mezzo di una alimentazione smodata unita ad una ricorrente ossessione di tenere sotto controllo il proprio peso. Si può manifestare in concomitanza con altre patologie psichiatriche come “disturbo bipolare”, autolesionismo, “disturbo ossessivo”, “disturbi dissociativi dell’identità”. L’alimentazione smodata si può definire come la tendenza ad assumere grandi quantità di cibo in breve tempo. Si tende spesso a prediligere i dolci, cibi ipercalorici e con una consistenza che ne faciliti l’ingestione in breve tempo. Lo “sconveniente comportamento compensativo” a controllarsi continuamente il peso si accompagna a volte a pratiche “liberatorie” (vomito procurato, abuso di lassativi, diuretici, clisteri) o pratiche “non liberatorie” (come eccessive pratiche ginniche). Per coloro che praticano un’alimentazione smodata a volte qualsiasi quantità di cibo, anche mezza mela o in insalata, viene percepita come smodata e vomitata.L’anoressia nervosa è caratterizzata dal rapporto problematico con il corpo o/e con il cibo, derivante dal timore di diventare grassi, anche in presenza di una oggettiva magrezza o normalità. Si manifesta solitamente con una distorta percezione corporea e un’ossessionante preoccupazione per il proprio peso, preoccupazioni che l’anoressico continua ad avere anche negli stadi più avanzati della patologia quando la magrezza è evidente. In determinate situazioni la patologia potrebbe manifestarsi anche come un alterato rapporto con il cibo, esso viene percepito come un nemico che può danneggiare o trasformare il corpo. Il paziente anoressico non è un inappetente, ma è un affamato che combatte con la sua fame e i bisogni del corpo perennemente in lotta col proprio corpo che sente brutto e pesante.Attualmente si riconoscono due tipi di anoressia: l’anoressia nervosa con restrizioni che si caratterizza per la sola restrizione alimentare e l’anoressia nervosa con abbuffate e/o condotte di eliminazione. Diversi studi hanno documentato che esistono importanti differenze psicologiche e comportamentali tra le persone che appartengono alle due catalogazioni. Le prime sono in grado di limitare continuamente la propria alimentazione senza mai perdere il controllo, e di questo gruppo fanno parte pazienti con una personalità ossessiva e più isolate socialmente. Le seconde pesano di più all’inizio della malattia, hanno frequenti storie personali e familiari di obesità e talora sono più impulsive nell’alimentazione così come in altri ambiti (alcol, sostanze stupefacenti, cleptomania, comportamenti autolesionisti fino al suicidio).

tratto da:http://www.universonline.it

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Non dormire abbastanza fa ingrassare

Chi non dorme ingrassa, questo è quanto è emerso dai dati presentati al XV Congresso Nazionale dei medici del sonno tenutosi al Roma.Per rimanere in linea non sono sufficienti ore di palestra e jogging, occorre innanzitutto dormire bene. Se non si dorme il numero giusto di ore, o la qualità del sonno non è delle migliori, l’ormone spezza-appetito, la leptina, subisce un crollo anche del 30%.Secondo gli esperti, l’incremento di persone che in questi ultimi anni accusano problemi di insonnia, è strettamente legato con l’aumento di individui in sovrappeso. Gli italiani a rischio per colpa delle notti insonni sono ben 9 milioni.Fra i dati presentati al congresso è emerso che i valori medi di massa corporea sono aumentati di un punto e mezzo, in proporzione, nello stesso arco di tempo si è notata una diminuzione delle ore di sonno. Agli inizi degli anni 90 le ore di sonno erano in media 8-9, oggi invece si è scesi a 6-7.In precedenza un altro studio ha messo in relazione il numero di ore di sonno con l’aumento del peso corporeo. Il Dipartimento di Medicina Interna dell’Università di Chicago aveva esaminato 1000 individui, durante l’esperimento si era notato che le persone che dormivano in media fra le 4 e le 6 ore al giorno, già dopo una settimana presentavano un aumento degli stimoli dell’appetito.La Prof.ssa Marciani Maria Grazia, Presidente del Congresso e Ordinario di Neurofisiopatologia al Policlinico romano, ha inoltre evidenziato un altro fenomeno, aumentare di peso porta a sua volta una diminuzione della qualità del sonno.I problemi di obesità possono portare altri disturbi come ad esempio quelli respiratori, questi durante la notte compromettono il sonno diminuendone la qualità. L’esperta ha inoltre detto che se durante la notte non si dorme abbastanza, i riposini diurni non aiutano a ristabilire un riequilibrio ormonale.Il sonno non agisce solo sulla leptina, ma anche su altre funzioni del corpo. Dormire poco influenza anche altri fattori come ad esempio la glicemia e l’umore che di conseguenza si ripercuote sulla vita quotidiana delle persone.Le ripercussioni del sonno non sono da sottovalutare, un italiano su tre soffre di insonnia occasionale, c’è però un 15% della popolazione affetta da una forma cronica. Secondo la prof.ssa Marciani molti sottovalutano il problema, solo un terzo si rivolge al proprio medico e appena il 15% si sottopone a una visita neurologica per paura delle terapie farmacologiche.Non avere il giusto consiglio di un esperto porta molte volte a una aggravamento del problema. Molti infatti hanno paura degli eventuali farmaci che gli verrebbero prescritti, altri invece assumono medicinali contro l’insonnia per anni senza magari un reale bisogno.I consigli che gli esperti danno sono quelli di dormire le ore giuste per recuperare le forze, non bisogna eccedere perché dormire di più del dovuto potrebbe alterare i cicli di sonno successivi, coricarsi a ore regolari la sera e alzarsi sempre alla stessa ora al mattino. Non bisogna recuperare il sonno perso con riposini pomeridiani e non bisogna svolgere attività fisiche nelle ore precedenti al sonno.Anche l’ambiente potrebbe influenzare il sonno, non deve essere ne troppo caldo ne troppo freddo, e soprattutto non rumoroso, anche se si riesce a prendere sonno dopo qualche ora di riposo questi disturbi potrebbero svegliarci prima di esserci riposati completamente. Inoltre bisognerebbe andare a letto solo quando si ha sonno, non se si sente appena la stanchezza ma non si è ancora pronti per un sonno profondo, infine non bisognerebbe svolgere attività mentali troppo impegnative prima di addormentarsi.Nel caso poi si presentino degli stati cronici, quando nell’arco di un mese e oltre durante la settimane per più di tre notti si è soggetti a insonnia, sarebbe bene chiedere un consiglio al proprio medico per evitare ripercussioni sulla salute.

tratto da: http://www.universonline.it

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Fobia sociale

Tra i diversi tipi di fobia le forme cliniche più frequenti risultano essere: la fobia sociale e l’agorafobia.

Cosa è la Fobia sociale ?

Secondo la classificazione dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) la fobia sociale o disturbo d’ansia sociale é caratterizzata dalla paura e dall’evitamento di tutte quelle situazioni nelle quali l’individuo è esposto al giudizio degli altri (specialmente se si é in piccoli gruppi), o si trova al centro dell’attenzione e teme di apparire ridicolo, imbarazzato, inadatto.

Un certo grado di ansia nelle situazioni sociali è certamente normale, ma quando l’evitamento delle situazioni, l’ansia anticipatoria o il disagio nei confronti della situazione o attività sociale temuta interferiscono in modo significativo con le normali abitudini del soggetto, con il suo funzionamento lavorativo o scolastico o con le attività e le relazioni sociali allora è possibile parlare di una vera e propria fobia.

Le situazioni temute dalle persone che soffrono di fobia sociale possono essere suddivise in quattro categorie: discorsi e interazioni formali (per esempio, tenere un discorso in pubblico o una relazione di fronte a un gruppo di studio o di lavoro), discorsi e interazioni informali (per esempio, partecipare a una festa o rivolgere la parola a un estraneo), interazioni assertive (per esempio, parlare con persone autorevoli, esprimere disaccordo o chiedere lo scontrino a un negoziante che non l’ha consegnato) e essere osservati mentre si fa qualcosa (per esempio, mangiare o scrivere).

L’ansia del fobico, in questi casi, deriva principalmente dalla convinzione di non essere adeguato o di poter apparire ridicolo in queste situazioni sociali. La risposta è quindi quella di evitamento che configura essenzialmente il fobico come un soggetto rinunciatario, il quale, se è costretto ad affrontare tali situazioni, è colpito da sintomi quali palpitazioni cardiache, fiato corto, tremori, arrossamenti, bocca secca, nausea, crampi allo stomaco, diarrea.

Nei casi più gravi, le persone eviteranno a tal punto le situazioni temute da ridurre progressivamente le proprie possibilità espressive, circoscrivendo sempre più il proprio ambiente ed evitando tutte le situazioni sociali al di fuori del loro cerchio familiare (come accade nelle forme generalizzate) con la conseguenza di un quasi completo isolamento.

Essa si manifesta in una percentuale della popolazione che va dall’1,3% a più del 10% e colpisce due volte di più le donne rispetto agli uomini; ha di solito un esordio precoce, tra gli 11 e i 15 anni di età ed ha un decorso cronico persistente.

Sono stati eseguiti molti studi sulla fobia sociale, ma l’origine esatta non è ancora chiara. Le principali spiegazioni sembrano implicare un insieme di fattori psicologici, ambientali, genetici e biologici.

Alcune persone con fobia sociale dichiarano di saper identificare un evento che ha provocato il primo disturbo, ma una relazione di causa effetto non é stata ancora confermata dagli studi.

L’importanza dei fattori psicologici ed ambientali è evidenziata dal fatto che i primi episodi di evitamento si verificano generalmente in seguito ad un evento stressante come può essere una perdita, o un incidente. Ma anche gli stili di vita, le persone di riferimento (genitori, partner, figli, etc.), l’ambiente lavorativo, etc. possono essere importanti fattori di attivazione di questo disturbo.

L’impatto che può avere l’ambiente familiare, è stato dimostrato da diversi studiosi ed è emerso che i comportamenti eccessivamente protettivi dei genitori possono servire a mantenere condotte di evitamento nei bambini ansiosi. Questo suggerisce che il comportamento dei genitori giochi un ruolo importante nella manifestazione delle fobie social Nella maggioranza dei casi (circa l’80%) i sintomi della fobia sociale precedono altri tipi di disordini suggerendo che questa favorisca condizioni di comorbidità (-> coesistenza in uno stesso soggetto di differenti disturbi psichiatrici).
Infatti é stato dimostrato che la fobia sociale é il disordine primario che ha preceduto:

  • alcolismo (nell’85% dei casi)
  • abuso di droghe (nel 77% dei casi)
  • depressione maggiore (nel 17% dei casi)
  • disturbo ossessivo-compulsivo (nell’11% dei casi)

Sembra esserci anche una associazione tra fobia sociale e disordini di comportamento alimentare come l’anoressia e la bulimia.
Da qui la necessità di una diagnosi precoce e di un trattamento terapeutico efficace, quale può essere quello della desensibilizzazione sistematica (già descritto in riferimento alle fobie specifiche) o il social skills training, un approccio terapeutico alle difficoltà interpersonali che associa una terapia di supporto a tecniche di esposizione alle situazioni sociali che generano ansia., Si supporta l’esposizione graduale del paziente alle situazioni che creano ansia e contemporaneamente si cerca di favorire l’apprendimento di comportamenti adeguati ad affrontare tali situazioni per poter in questo modo alleviare l’ansia. Gran parte di questo lavoro si concentra sul piano cognitivo; infatti i fobici sociali soffrono di gravi distorsioni cognitive durante le situazioni sociali. Per esempio, essi sopravvalutano il giudizio altrui, attribuiscono ad altri pensieri critici nei loro confronti, sottostimano le loro capacità sociali e temono la risposta degli altri alla loro ansia, soprattutto alle manifestazioni esterne di essa quali tremori, eccessiva sudorazione, ecc. Per questo motivo si rende necessaria una ristrutturazione cognitiva che permetta di riorganizzare le loro percezioni e idee non realistiche, emotive e catastrofiche.

tratto da:http://www.universonline.it

Autrice: Dott.ssa Donatella Porceddu

 

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Il mistero della maternità: piccole istruzioni per l’uso

La maternità è da sempre stata considerata nell’immaginario comune, la meta più ambita da ogni donna, tutto ciò a cui essa deve aspirare per sentirsi realizzata e appagata. La realtà, però, è ben diversa.

Dire che la “Dolce attesa” sia un’esperienza estremamente profonda ed importante nella vita di una donna è abbastanza scontato, ma proprio per questo essa viene vissuta in maniera diversa, non solo da donne diverse, ma dalla stessa donna in gravidanze diverse. Da numerosi studi condotti, sappiamo che una gravidanza se vissuta bene, dedicando un pò di tempo a se stesse, in ambiente familiare sereno, incide in maniera positiva sul neonato che, dorme di più, mangia meglio, è più calmo, ha minori problemi intestinali e contrae minori infezioni e malattie.

Ma cosa accade realmente nella mente di una donna che scopre di essere incinta? Proviamo adesso a fare un breve excursus considerando gli aspetti sia psicosomatici, sia prettamente emotivi che “coinvolgono” la donna nei vari mesi gestazionali.

1° e 2° mese

In questi primi mesi, le modifiche maggiori in una donna avvengono a livello emotivo. Essa tende quasi ad un ritiro “emozionale” non definibile però autistico, ma prevalentemente “fusionale” con le proprie fantasie. Si verifica una sorta di allontanamento e una tendenza a sopire le proprie emozioni.

Sul piano psicosomatico si verifica una notevole ipersonnia e una spiccata apatia verso attività che prima suscitavano interesse.

3° mese

Questo viene, in gergo psicologico, diviso in due fasi: quella del “corpo silente” , e quella della “placentazione”.

Fase del “corpo silente”

Come a livello psicosomatico iniziano ad essere presenti i primi disturbi, quali vomiti, nausea e attrazione / repulsione verso il cibo, così a livello psicologico si manifestano i primi conflitti. A livello inconscio, infatti, c’è la formazione di un conflitto di colpa , che nasce dalla paura di prendere il posto della madre e di non essere più considerata figlia.

Fase della “Placentazione”

Questa fase è importante principalmente per gli aspetti psicologi ad essa correlata. Infatti, la donna inizia a mostrare le sue rotondità e il bambino non è più considerato come un tutt’uno, come un geloso segreto da custodire o condividere, ma inizia ad essere qualcosa di “altro”, qualcosa che, lentamente, si sta formando. Nella donna, spesso, questa fase genera un forte senso di vergogna.

Dal 5° mese al 7° – (Primi movimenti fetali)

Generalmente avvertire dentro di sé i primi movimenti del bambino dà il via, sul piano psicosomatico, ad una forte insonnia e a voglie definibili quasi come maniacali ma, in realtà è sul piano emotivo che avvengono i maggiori turbamenti. Si verifica, infatti, la sensazione di forte ansia, dovuta alla presenza , concreta, di una parte di sé estranea ma comunque dentro di sé.

Iniziano a sorgere le prime preoccupazioni sulla salute del feto, sulla possibile eventualità di malformazioni o altri tipi di problemi, che poi , generalmente, saranno placate solo dopo la nascita.

7° – 8°mese

Questo periodo è caratterizzato da fantasie di frammentazione e dalla paura di perdere parti del sé, essendo già possibile il parto. Sorge nella gestante un forte desiderio, sebbene irrealizzabile, di fermare il tempo. Questo dipende, oltre che dal desiderio di non volersi staccare dal bambino e rimanere con lui una cosa sola, anche dall’imminente paura del parto.

9° mese

Questo può essere considerato in assoluto uno dei mesi più importanti per la gestante. Dal punto di vista fisico la donna avverte una sensazione di tensione e una sorta di compressione. Avverte un’eccessiva stanchezza e un altrettanto eccessivo aumento di sonno (ipersonnia).

Sul versante psicologico si fa sempre più forte la paura del dolore legato al parto, ma soprattutto la donna vive una serie di emozioni contrastanti: da una parte vorrebbe portare ancora nel suo grembo quel bimbo che le ha fatto vivere emozioni così forti nell’ arco dei nove mesi, dall’ altro, invece, c’è un forte desiderio di liberazione, quasi come una sorta di riappropriazione del proprio corpo.

Aumentano, oltre alle fantasie relative all’aspetto del bimbo, anche la paura di possibili problemi o complicazioni. A questo punto, allora, potremmo chiederci: ” come riesce a difendersi la donna da tutte queste paure?”

Una tra le varie strategie che inconsciamente viene applicata in queste situazioni è il controllo. La donna, infatti, tenderà o ad organizzare il parto nei più minimi particolari o a stringere un legame eccessivo, quasi di dipendenza, con l’equipe medica.

Dopo il parto

Questo è in assoluto il momento più significativo di tutti. Ci possono essere sentimenti contrastanti e ogni donna può viverlo con emozioni diverse. Purtroppo la maggior parte delle donne, si sente inadeguata di fronte a quel piccolo pargolo e soprattutto non riesce a provare quella sconfinata gioia che invece sembra essere stata infusa “miracolosamente” in tutti quelli che la circondano.

Molteplici sono i fattori che influenzano il suo stato d’animo. Prima di tutto, si ritrova improvvisamente in un corpo che non sente più suo, ben diverso da quello lasciato 9 mesi prima; non sente più la sua femminilità e non si sente attraente; soffre ancora per il parto; non si sente subito adeguata al ruolo di madre.

Quest’ ultimo è uno degli aspetti più importanti per una donna e non deve essere assolutamente trascurato, in quanto è una delle principali cause che danno origine alla cosiddetta “depressione post-partum“.

La donna deve “ABITUARSI” al nuovo piccolo venuto al mondo, deve pian piano sviluppare quel senso materno che NON è innato, ma che si acquisisce pian piano, inoltre soltanto lentamente imparerà a conoscere quel bambino che in fondo anche lei ha visto nel momento del parto per la prima volta.

Bhe, di motivi ce ne sarebbero ancora tanti, ma ora non stiamo qui ad elencarli, se posso permettermi, vorrei dare solo un consiglio alle future madri: come prima cosa, cercare di prendersi quanto più tempo possibile per loro stesse, per il bambino/i e per il loro compagno, e BASTA…

Se possibile evitate le “carovane” di parenti e cercare di evitare le visite eccessive, le donne in questo momento hanno bisogno di ritrovare un nuovo equilibrio con una personcina in più per casa che pian piano impareranno a conoscere. La cosa fondamentale però, in questi momenti, è di non sentirsi in colpa se ogni tanto si avverte la sensazione di essere inadeguate , l’importante è ricordare sempre che ” fare la mamma” si IMPARA, non è innato e poi se ci saranno errori ben vengano… in fondo le donne danno vita ad un miracolo che solo e soltanto tramite esse si può attuare… qualche errore, dopo tutto questo, sarà pur concesso…

 

Dott.ssa Forestiere Maddalena
Psicologa , psicoterapeuta in formazione

tratto da: http://www.universonline.it

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Comunicazione fra mamma e neonato

I bambini sono in grado di percepire fin dai primi mesi di vita gli aspetti emotivi della comunicazione, essi interagiscono in diversi modi e secondo alcuni studi la prima forma di interazione dei neonati avviene attraverso lo sguardo. Ma come reagiscono i neonati nei casi in cui la comunicazione con la madre viene interrotta o alterata? A questa domanda ha cercato di dare una risposta uno studio condotto dall’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS) E. Medea di Bosisio Parini in collaborazione con la Harward Medical School di Boston. I dettagli dello studio sono stati pubblicati sul Giornale Italiano di Psicologia (Luglio 2007).

Per valutare la reazione emotiva dei neonati sono stati esaminati venti bambini, con un’età compresa tra i 3 e i 6 mesi di età, nel corso di una situazione in cui la madre simulava un’interruzione della comunicazione. L’esperimento si è avvalso del paradigma still-face, un procedimento, ideato nel 1978 da Edward Tronick, utilizzato per studiare la percezione che gli infanti hanno delle persone, gli effetti della depressione materna sullo sviluppo infantile e molti altri aspetti che riguardano lo sviluppo sociale ed emotivo del bambino.

Il paradigma still-face adottato durante la ricerca prevedeva tre fasi di due minuti ciascuna, nella prima fase è stato chiesto alle madri di interagire con il figlio come facevano nella vita quotidiana, nella seconda di mantenere un’espressione del volto immobile (still-face) e nella terza di riprendere a interagire con il figlio, tutte le fasi sono state videoregistratore per poter poi essere riesaminate con attenzione. Attraverso questa procedura si è quindi riprodotta una condizione controllata di stress relazionale che ha permesso di verificare la capacità del bambino di adattarsi alla non-comunicazione materna. Per valutare la reazione dei bambini si sono codificati alcuni dettagli come lo sguardo, l’espressione emozionale e lo stato comportamentale.

I dati raccolti hanno evidenzino che i bambini reagivano al volto inespressivo della madre con un aumento dell’emozionalità negativa e una riduzione del coinvolgimento sociale positivo (aumento dello scanning visivo, incremento dell’agitazione, richiesta di essere preso in braccio, pianto). Osservando la fase di still-face il bambino evidenziava una marcata contraddizione in quanto la madre, pur essendo fisicamente presente, non era emotivamente disponibile. Lo studio dimostra che non vi sono particolari differenze tra maschi e femmine, diversamente da quanto era emerso in analoghe ricerche USA, dove i bambini presentavano maggiori stati emozionali negativi rispetto alle bambine.

Un altro aspetto emerso dallo studio è che il disagio causato durante la fase di still-face può influire anche nella terza fase (reunion), il bambino è diviso tra il desiderio di riprendere ad interagire con la madre e il peso dell’affetto negativo che ha precedentemente sperimentato. Il conflitto era espresso da un’alternanza di segnali positivi e negativi che non erano stati osservati in interazioni normali. Il bambino e la madre dovevano quindi ritrovare un modo per riparare una vera “rottura comunicativa”, la qualità dell’interazione madre figlio dipendeva quindi dalle capacità di “ricucire” quanto l’evento precedente aveva “danneggiato”.

Edward Tronick evidenzia il ruolo fondamentale svolto sia dalla mamma che dal bambino nel “riparare” le rotture che avvengono nella comunicazione. Il pediatra spiega che è importante che a seguito dell’interruzione della comunicazione tra madre e bambino vi sia la capacità e la possibilità di mettere in atto dei processi di riparazione. Le interazioni tra mamma e bambino che avvengono dopo un black-out comunicativo, oltre ad essere occasioni importanti di apprendimento socio emozionale, sono gli aspetti che renderanno unica la relazione tra madre e bambino.

Il Dr. Rosario Montirosso, psicologo e responsabile del Centro Medea per lo studio neuro comportamentale del bambino piccolo (Programma italiano NNNS di ricerca e di training U.O. Neuroriabilitazione I, IRCCS E. Medea), evidenzia le potenzialità di un’osservazione precoce delle capacità emozionali del bambino e della relazione madre/bambino nella prevenzione di eventuali disturbi emotivi e comportamentali. Lo psicologo evidenzia che i risultati ottenuti fino ad ora presso i laboratori italiani confermano quanto già documentato da Tronick, inoltre, i dati raccolti hanno mostrato come attraverso determinati processi sia possibile valutare fin dalle fasi iniziali eventuali difficoltà nella relazione madre – bambino, un’analisi che permette di intervenire precocemente supportano, quando necessario, il rapporto genitori figli.

tratto da: http://www.universonline.it/

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Stress da lavoro (burnout) e diabete, un possibile legame

Lo stress causato da un eccessivo carico di lavoro, il cosiddetto burnout o sindrome da burnout, indebolisce le difese immunitarie dell’organismo incrementando le probabilità di essere colpiti da diverse malattie come ad esempio il diabete di tipo 2. Lo studio, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Psychosomatic Medicine, è frutto di un lavoro condotto da un team di ricercatori israeliani coordinati da Samule Melamed dell’università di Tel Aviv.

Stando alle conclusioni dei ricercatori, la concomitanza di diversi fattori come il senso di frustrazione, l’ostilità dell’ambiente in cui si lavora a causa d’incomprensioni o eccessiva concorrenza fra colleghi, l’ansia di non essere all’altezza del lavoro che si sta svolgendo uniti ad altri fattori come una dieta scorretta e una vita sedentaria, possono raddoppiare, e in alcuni casi addirittura quadruplicare, le probabilità di ammalarsi di diabete di tipo 2.

Durante lo studio sono stati esaminati 677 lavoratori di mezza età, prevalentemente di sesso maschile, filtrando i dati in base a dei fattori di rischio già noti come fumo e obesità. Diversi studi precedenti avevano già evidenziato come lo stress da lavoro (burnout) era associato ad altre patologie come le malattie cardiovascolari, disturbi del sonno, calo della fertilità e dolori muscolo-scheletrici. Samule Melamed spiega che con questa nuova ricerca si aggiunge un ulteriore effetto negativo sulla salute legato allo stress da lavoro, un maggior rischio di contrarre il diabete di tipo due conosciuto anche come diabete adulto.

I risultati hanno evidenziato che nei lavoratori affetti dalla sindrome da burnout il pericolo di diabete aumentava di 1,84 volte anche correggendo il dato in base al sesso, all’età e all’eventuale sovrappeso. Successivamente, lo staff di Melamed, attraverso una serie di calcoli statistici, hanno esaminato un sottogruppo di 507 pazienti cercando di eliminare il possibile impatto della pressione alta evidenziando, in questo caso, un rischio di contrarre il diabete moltiplicato di ben 4,32 volte.

Questa non è la prima volta che dei ricercatori mettono in correlazione la sindrome da burnout (stress da lavoro) e un aumento del rischio di diabete 2, Natasha Marsland dell’Onlus Diabetes UK, in un’intervista rilasciata alla BBC online, spiega che lo stress, in alcune situazioni, può causare ipertensione e accumulo di grasso addominale. Inoltre, a causa delle molte ore passate in ufficio, si ha meno tempo da dedicare all’attività fisica. Secondo la Marsland, il modo migliore per invertire questa “epidemia” di diabete di tipo 2, è quello di ritagliarsi almeno mezz’ora al giorno da dedicare ad un’attività fisica, un abitudine che oltre a migliorare lo stato fisico aiuta a scaricare lo stress accumulato durante la giornata lavorativa.

tratto da: http://www.universonline.it

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PSICOLOGIA UMANISTICA: L’ATTORE ED IL TERAPEUTA

Quando si comunicano pensieri e sentimenti, si risveglia una risonanza molto forte negli altriC. Rogers “… Bisognera’ forse ammettere che esistono due pratiche diverse, una di tipo medico, basata su diagnosi psicopatologiche e procedure terapeutiche empiricamente supportate, l’altra di tipo umanistico, in cui il significato dei disturbi e dei modi di curarli non e’ fissato da manuali diagnostici e terapeutici, ma emerge dal contesto e dal dialogo terapeutico? …” B. Simmons La pausa o silenzio come momento di pieno apparentemente vuoto, privo di agito o di parola.
Il senso della pausa in teatro o nello spartito musicale e’ il senso dell’attesa fra un prima e un dopo, fra un accadere e il suo seguito, che cattura lo spettatore in una sospensione partecipata. La pausa non e’ un intervallo, una fine, un momento di stasi.
La pausa per l’attore – per esempio – e’ un movimento di grande intensita’ in cui a parlare e’ l’intensita’ del suo corpo, del suo sguardo, della sua presenza, del suo esser li, con quel carico di emozione, di aspettative che l’Altro, lo spettatore, gli proietta li, in quel punto in cui l’attore si ferma. L’attore sosta in un qui e ora che fa da spartiacque fra i pensieri e le emozioni suscitate dal Prima, e i desideri sul Poi.
La sua pausa diventa una linea di confine fra cio’ che e’ gia’ accaduto in scena e che quindi si conosce e fra cio’ che accadra’ e che non si conosce. Dunque l’ascolto, diventa saper-stare in quella linea di confine fra un agito e un altro, fra una parola e la successiva, fra una domanda e una risposta.
Un momento di silenzio, pieno, in cui bisogna esserci, come attori, altrimenti il pubblico si perde, pensa e si distrae.
Riuscire a tener agganciato il pubblico, anche nel silenzio di parole e di gesti, perche’ resti con te, continui ad essere partecipe attivo della commedia; questo e’ l’impegno dell’attore. E anche dello psicoterapeuta. Che si impegna ad esser-ci, anche e soprattutto nelle pause, nel silenzio. Lo psicoterapeuta e’ qualcuno che ha imparato a so-stare nel teatro della seduta in cui ogni volta due attori si incontrano e costruiscono una storia. La domanda implicita del paziente e’ “Lei c’e’? C’e’ qui, per me? Sa-stare con me?“.
La risposta implicita di un terapeuta dovrebbe essere “Sono con te, io qui ci so stare, mi sostengo e ti sostengo“.
O piu’ semplicemente, come dice Carl Rogers, con un semplice “Si“. Lo psicoterapeuta non puo’ mollare, sfuggire alle pause angoscianti del paziente magari scaricando l’ansia che questi gli suscita muovendosi di continuo, spazientendosi, interrompendo a parole quel voluminoso e saturo momento che e’ il silenzio. Cosi l’attore non puo’ allentare la tensione iniziando a camminare senza senso per il palco o ciondolando da un piede all’altro; disperderebbe l’energia e molto probabilmente perderebbe anche l’ascolto e il coinvolgimento che il pubblico (pagante) si e’ impegnato a dargli. Un gioco di impegni reciproci, come la terapia. In terapia non si sa quel che accadra’, dopo, fra un minuto.
Si sta ad aspettare le mosse, i pensieri, le idee, le emozioni, i vissuti che l’altro il paziente improvvisera’. Non c’e’ mai assenza, anche nel silenzio, ma attesa.
Un gioco di improvvisazioni reciproche, in cui pero’ interagiscono due esperienze, due formazioni, due competenze diverse. Da un lato c’e’ il paziente, matricola della scena, che arriva in seduta come uno spettatore volontario che sceglie di salire sul palco ma non sa cosa fara’ ne come fara’ a farlo. Il terapeuta invece, in quanto attore professionista, e’ colui che conosce le tecniche teatrali, che padroneggia la scena, che non sa cosa si fara’ ma conosce come farlo. Se da un lato il cosa fare, la trama, si costruisce li per li come in una piece d’improvvisazione in cui uno dice una battuta e l’altro vi si aggancia, il come farlo diviene inderogabile compito del terapeuta. Quest’ultimo sa monitorare, gestire, indirizzare la scena. Non la costringe mai la scena, ma il suo repertorio di competenze e’ tale da saper cogliere, per esempio, in un mucchio di frasi e di gesti, quella frase e quel gesto del paziente a cui agganciarsi per intraprendere una certa direzione. Ascoltare e prestare attenzione a cio’ che accade per riuscire a cogliere quel qualcosa che possa generare un “snodo creativo“.
In teatro si chiama snodo creativo, quel punto di svolta, che tu raccogli dalle e fra le battute lanciate da un compagno per ridare nuovo vigore all’improvvisazione, fare un colpo di scena, introdurre un ingrediente nuovo nella storia. Anche il terapeuta si impegna in un ascolto attento, per esser li pronto a raccogliere l’elemento significativo fra la folla degli insignificanti lanciati dal paziente.
Lo snodo creativo non si cerca, non si estorce o si pretende, bensi arriva e bisogna esser pronti a riconoscerlo e a raccoglierlo, in terapia come in teatro.

Articolo di SEBASTIANO CIAVIRELLA
  • tratto da http://www.psicologia-psicoterapia.it
Bibliografia
  • Pitruzzella, S. (2007), Manuale di teatro creativo. 200 tecniche drammatiche da utilizzare in terapia, educazione e teatro sociale, Angeli, Milano;
  • Rogers,C. (1980), Un modo di essere, Martinelli, Firenze;
  • Zatti A. (2003), La voce nel colloquio psicologico, Angeli, Milano.
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Il Corpo in Azienda: Intelligenza Emotiva e Biosistemica per lo sviluppo delle performance

Lo sviluppo della consapevolezza psico-corporea per il miglioramento delle performance lavorative.
Lo scorso anno mi è stato chiesto di effettuare una serie di incontri con un dipendente di un’azienda metalmeccanica al fine di effettuare un assessment (valutazione del potenziale) che verificasse l’idoneità o meno del soggetto a passare ad un ruolo di maggiore responsabilità. Il Direttore del Personale mi aveva anticipato che mi sarei trovata davanti ad un “soggetto difficile” con un “carattere particolare”.
Beh, il primo incontro con questo signore mi ha colpito tantissimo…non c’è stato bisogno che mi dicesse niente, la sua personalità era letteralmente scritta nel suo corpo: postura rigida, spalle e schiena leggermente incurvate in avanti, testa rigidamente infossata in un collo teso e corto, sguardo un pò vitreo e fisso, espressività assente.
L’impressione immediata è stata quella di una persona totalmente inconsapevole e distaccata dal proprio corpo e dal proprio mondo emotivo. Tant’è che i maggiori problemi di questo signore sono a livello relazionale e comunicativo: non riesce a lavorare serenamente con gli altri, nè a gestire adeguatamente i propri collaboratori. Rigido, autoritario, oppositivo, fatica a guadagnarsi le simpatie tanto che lamenta di essere vittima di veri e propri atti di mobbing da parte di colleghi e superiori.
Non è mia intenzione parlare di questo caso in questa sede, non si è trattato nè di un paziente nè di un caso clinico…il mio lavoro si è limitato alla somministrazione di una serie di test e questionari.
Tuttavia durante il colloquio di esplorazione della sua vita lavorativa sono emerse parole chiave che in ambito clinico avrebbero aperto un universo….Ma solo in ambito clinico? Durante questi incontri mi sono chiesta più e più volte se poteva esserci un modo per creare una sorta di “mini setting terapeutico” in un contesto organizzativo. I problemi di questa persona a livello comunicativo e relazionale stavano tutti lì…nel suo corpo e nella sua mancanza di consapevolezza.
Se io avessi potuto applicare qualche semplice intervento che lo portasse ad esplorare il suo mondo psicocorporeo, proponendo attività che lo coinvolgessero sia su un piano fisico che emotivo questo avrebbe avuto effetti positivi sul suo modo di stare con gli altri e quindi sulla sua performance lavorativa (laddove per perfomance lavorativa non intendo solo risultati numerici ma anche di natura comportamentale)?
La mia risposta a questa domanda è assolutamente SI, ritengo che sviluppare la consapevolezza emotiva e corporea possa portare a benefici in tutte le aree della vita compresa quella lavorativa. Il punto di partenza per esplorare questo aspetto è la creazione di un ponte tra le teorie sull’Intelligenza emotiva e sociale di Goleman, Boyatzis, Freedman, ed il modello biosistemico.
“Biosistemica” è il nome di un approccio terapeutico integrato a mediazione corporea che riassume in sé le sue dirette ascendenze: la componente biologica e quella sistemica. Tale unità si rispecchia nell’ emozione, intesa come evento psicosomatico per eccellenza in cui le sensazioni corporee si incontrano con i pensieri.
Tale analisi sfocia nella proposta di progetti formativi per lo sviluppo della consapevolezza emotiva e corporea dedicata a individui e/o a gruppi aziendali che includano l’utilizzo di una serie di tecniche prese dalla biosistemica.
INTELLIGENZA EMOTIVA E MODELLO BIOSISTEMICO
La natura delle emozioni
“L’intelligenza emotiva è la capacità di riconoscere i nostri sentimenti e quelli degli altri, di motivare noi stessi, e di gestire positivamente le nostre emozioni, tanto interiormente, quanto nelle relazioni sociali” (Daniel Goleman, 2000, p.375)
“L’emozione è l’evento psico-somatico per eccellenza: è il momento infatti in cui le sensazioni corporee si incontrano con i pensieri” (M.Stupiggia, 2000, p.10)
Se le emozioni sono fenomeni psicosomatici, o psicocorporei, l’intelligenza emotiva (o una parte di essa) è la consapevolezza di ciò che proviamo in relazione a ciò che ci accade a livello sia corporeo che mentale.
In particolare, secondo Daniel Goleman esistono due modalità della conoscenza: la mente razionale, quella che pensa, e la mente emotiva, quella che sente (Goleman, 1995). E l’interazione tra queste due modalità costruisce la nostra vita mentale. La prima si è sviluppata nel corso dell’evoluzione ed è propria degli esseri umani, è la parte di noi deputata alla logica, al controllo, al ragionamento, alla riflessione.
A livello anatomico la si può localizzare nella corteccia cerebrale o neocorteccia. La seconda è la parte più “preistorica” di noi, è la parte prevalentemente istintiva, con funzioni legate alla sopravvivenza e alle reazioni immediate in caso di “emergenza”: lotta, fuga o paralisi. A livello cerebrale la si può localizzare nell’amigdala, una piccola ghiandola posta al di sotto del talamo nella parte inferiore del sistema limbico. Per questo suo ruolo chiave nella vita emotiva degli individui tale struttura è definita anche come la “sentinella delle emozioni”.
In situazioni normali le informazioni che riceviamo dai nostri organi di senso arrivano al talamo e da qui vengono inviate alla neocorteccia che le interpreta e invia al sistema limbico i segnali che creano la risposta più appropriata attraverso il cervello ed il corpo. Diversi ricercatori tra i quali Le Doux hanno scoperto che esiste anche un’altra via più breve che permette alle informazioni di raggiungere l’amigdala prima di arrivare alla neocorteccia. Per questo motivo talvolta può capitare che sia l’amigdala ad inviare i segnali di risposta al sistema limbico attivando una risposta emozionale tipicamente di “emergenza”.
In questi casi Goleman parla di “Sequestro Emotivo” intendendo quei momenti in cui la “mente emozionale” prende il sopravvento e ci fa agire prima di aver attivato la parte razionale che, nella maggior parte dei casi, ci avrebbe fatto agire diversamente.
In questo senso l’amigdala funziona come il luogo della memoria emozionale: “nell’amigdala possono esserci ricordi e repertori di risposte che vengono messi in atto senza che ci si renda conto assolutamente del perchè si agisca in quel modo (…) Questo aggiramento sembra consentire all’amigdala di assumere il ruolo di archivio di impressioni e ricordi emozionali dei quali non abbiamo una conoscenza consapevole” (Le Doux, 1986).
Che cosa significa dunque in quest’ottica sviluppare “Intelligenza Emotiva”?
Secondo Goleman si tratta di “armonizzare emozione e pensiero” (Goleman, 2005). Quanto più un individuo sarà in grado di “armonizzare” (o integrare) la sua parte emotiva con quella razionale tanto più sarà in grado di trovare un maggiore equilibrio con sè stesso e con gli altri.


Intelligenza Emotiva e Biosistemica

Quali possono essere dunque i punti di contatto tra questo modello e la biosistemica?
Anzitutto il concetto di cercare una “armonizzazione” tra emozione e razionalità.
Nella biosistemica l’emozione è un fenomeno inteso in modo più allargato.
Goleman parla di sensazioni fisiche ma nel suo approccio non c’è mai un riferimento esplicito al concetto di “consapevolezza corporea”. Il modello biosistemico approfondisce invece proprio questo aspetto ed in particolare afferma che “il nucleo strutturale di ogni evento emozionale è costituito dall’incontro di un’ideazione mentale con il vissuto corporeo”(Stupiggia, 2000). In quest’ottica per ottenere una vera consapevolezza emotiva è necessario creare una connessione che vada ad INTEGRARE i due livelli mettendoli in comunicazione in modo che il sistema mente-corpo ritrovi il suo sano equilibrio.
In entrambi i modelli la scissione o non comunicazione tra pensiero e corpo/emozione può comportare problemi per la persona soprattutto a livello relazionale. Per Damasio la scissione deriva da una scarsa comunicazione tra i lobi prefrontali e la corteccia (Damasio, 1995). La terapia biosistemica mira a creare nuove connessioni che mettano maggiormente in comunicazione queste aree attraverso l’integrazione del pensiero con la sensazione e con l’azione.
L’emozione è un SISTEMA, ed in quanto tale coinvolge tutto il nostro essere: pensieri, fisiologia, comportamenti.
Conoscere, riconoscere, sentire di più cosa succede nel corpo quando proviamo un’emozione può aiutarci a sviluppare un modo per gestirle meglio. In un certo senso lo sviluppo dell’intelligenza emotiva sta alla base di qualsiasi percorso psicoterapeutico. Affinchè si possa lavorare sul mondo emotivo delle persone è necessario che le persone diventino consapevoli di ciò che stanno provando e sentendo.
La psicoterapia biosistemica lavora sulle sensazioni del corpo come via di accesso privilegiata al mondo delle emozioni, e quindi al mondo dei pensieri e della razionalità. Tutto il lavoro terapeutico si basa sulla ricerca di quelle emozioni bloccate o inespresse che provocano tensioni croniche o disturbi psicosomatici. Ciò che ci “portiamo dentro” è sempre legato al modo in cui abbiamo vissuto sentimenti, affetti ed emozioni.
In ambito terapeutico/clinico l’intelligenza emotiva può essere un utile punto di partenza per dare da un lato alle persone un modo per contenere e gestire l’onda emotiva nel momento in cui si presenta e da un altro può rappresentare un modo per entrare ad un livello di approfondimento più significativo sui vissuti emotivi passati che stanno all’origine del disturbo presente.
In ambito lavorativo l’intelligenza emotiva si pone come un’abilità in grado di migliorare le performance grazie ad un miglior controllo sui propri stati e ad una capacità di incanalare le energie verso modalità di relazione e comunicazione costruttive anzichè distruttive.
Ma perchè si parla proprio di “Intelligenza”…?
Le teorie sull’intelligenza emotiva partono dalle teorizzazioni di Gardner sulle intelligenze “multiple”. Egli affermava infatti che esistessero molteplici intelligenze: la verbale, la logicomatematica, poi l’intelligenza cinestesico-spaziale e infine le due facce dell’”intelligenza personale”: la capacità interpersonale e la capacità “intrapsichica”.
Ecco così che Gardner introduce un aspetto importante per la comprensione dell’essere umano in ottica SISTEMICA: non solo il “QI” ma anche il “QE” ovvero il Quoziente Emozionale, la “capacità di distinguere e rispondere appropriatamente agli stati d’animo, al temperamento, alle motivazioni e ai desideri altrui”, che non può prescindere dall’avere “accesso ai propri sentimenti e la capacità di discriminarli e basarsi su di essi, assumendoli come guida del proprio comportamento”.
Seguendo la guida di Gardner altri studiosi si sono interessati su come portare l’intelligenza nella sfera delle emozioni. Uno di questi è Peter Salovey, psicologo di Yale, che ha dato un’interessante definizione di che cos’è l’intelligenza emotiva:
“L’intelligenza emotiva è l’abilità di indentificare le emozioni, di accedervi e utilizzarle in modo da assistere il pensiero, comprendere le emozioni e la pratica emotiva e gestire riflessivamente le emozioni così da promuovere la crescita emotiva e intellettuale.” (Mayer e Salovey, 1997)
In particolare Salovey estende il concetto di intelligenza personale di Gardner a cinque ambiti principali:

  1. AUTOCONSAPEVOLEZZA: ovvero la conoscenza delle proprie emozioni, nel momento stesso in cui si manifestano.
  2. CONTROLLO DELLE PROPRIE EMOZIONI: conoscere le emozioni significa essere maggiormente in grado di non lasciarsi “travolgere” da esse laddove la situazione e il contesto non siano appropriati e in generale essere più capaci di reagire ai traumi e agli stress emotivi della vita.
  3. AUTOMOTIVAZIONE: consapevolezza e controllo permettono di incanalare le emozioni verso il raggiungimento dei propri obiettivi migliorando significativamente l’efficacia delle proprie prestazioni. Questo aspetto è alla base di molti approcci di coaching in ambito atletico-sportivo ma non solo, sta iniziando a rivestire sempre più importanza anche nel mondo delle organizzazioni.
  4. RICONOSCIMENTO DELLE EMOZIONI ALTRUI: in altre parole l’EMPATIA. I 3 aspetti sopra elencati sono imprescindibilmente collegati a questo aspetto delle capacità interpersonali.
  5. GESTIONE DELLE RELAZIONI: non solo consapevolezza delle proprie emozioni e riconoscimento/comprensione/identificazione nelle emozioni dell’altro, questo quinto aspetto si riferisce alla capacità di saper utilizzare le emozioni degli altri in modo “intelligente” per guidare le relazioni verso gli scopi che si vogliono ottenere. Questa capacità di tipo “avanzato” è fondamentale soprattutto nel nostro lavoro di psicoterapeuti. Noi dobbiamo essere in grado di cogliere l’emozione che sta provando l’altro (ma non solo, nel caso della biosistemica, anche il gesto, la postura, la parola chiave) e utilizzarla per guidare il paziente nel suo viaggio interiore.

Daniel Goleman riprende la teoria di Salovey e definisce l’intelligenza emotiva come la capacità di coniugare efficacemente cinque elementi o dimensioni fondamentali:

  • consapevolezza di sè
  • padronanza di sè
  • motivazione
  • empatia
  • abilità nelle relazioni interpersonali

Queste cinque dimensioni si declinano in due macro gruppi di competenze:
Competenza Personale (consapevolezza di sè, padronanza di sè, motivazione)
Competenza Sociale (Empatia, Abilità Sociali). (Goleman, 1995)
Il progetto che illustrerò in questa sede si basa sugli studi di Goleman per poi aprirsi ed integrarsi con i concetti della biosistemica. La finalità di integrare i due modelli è quella di aggiungere valore ad un percorso di sviluppo personale così importante e unico per il mondo delle aziende.

IL PERCORSO FORMATIVO: EMOTIONAL LEADERSHIP DEVELOPMENT
“C’è solo un angolo dell’universo che potete certamente migliorare: voi stessi”
(Aldous L.Huxley)

Lo sviluppo della “Leadership Emozionale”
Cosa si intende per Emotional Leadership?
Per Emotional Leadership si intende la capacità di saper riconoscere, comprendere e gestire le emozioni proprie e degli altri. Il concetto si inserisce nel quadro di un modello della leadership preso in prestito da Robert Dilts nel suo “Leadership e Visione Creativa” (Guerini e Associati, 1998).
Questo modello concepisce la leadership in ottica sistemica e la definisce come il risultato dello sviluppo integrato ed equilibrato di competenze che appartengono a 4 aree:

Area Sistemica (L’interazione con il sistema ed il contesto, la gestione e lo sviluppo delle persone, la governance e il miglioramento continuo)
Area Personale (L’intelligenza emotiva, lo sviluppo personale, l’abilità di risolvere i problemi e la creatività)
Area Relazionale (L’intelligenza sociale, il lavoro in team, la comunicazione assertiva ed empatica)
Area Strategica (Visione strategica, innovazione, definizione degli obiettivi e carisma personale)

Secondo quest’ottica lo sviluppo dell’intelligenza emotiva può consentire ad una persona che ha un ruolo di responsabilità e di guida in un contesto organizzativo di saper gestire i propri stati emotivi e di saperli utilizzare per raggiungere i propri scopi e in senso più generale gli scopi di un’organizzazione.
Per generare vera leadership il percorso formativo deve essere in grado di superare i filtri soggettivi, scendendo in profondità per produrre comportamenti veramente efficaci.
E’ quindi necessario COINVOLGERE i partecipanti in un programma innovativo che li vede PROTAGONISTI in prima persona del proprio percorso di sviluppo. Per ottenere ciò il percorso prevede l’attivazione di diversi strumenti formativi in grado di generare nei partecipanti:

  • spirito di competizione: l’apprendimento delle skill è facilitato dalla dimensione della sfida. (Business Game)
  • riflessioni profonde: lo sviluppo delle competenze emotive parte da riflessioni e discussioni su temi condivisi (Learning Movie)
  • senso di appartenenza e percezione di reale sviluppo individuale: attività e momenti di confronto in aula in un’ottica di TEAM COACHING per seguire passo passo lo sviluppo individuale delle competenze (Deep Dive Meeting).

La logica del percorso è la seguente:
i partecipanti lavorano a distanza ed in modo del tutto individuale su alcune attività (definite “Task”) che possono trovare su un sito internet dedicato. Ogni mese e mezzo ognuno dei partecipanti prende poi parte ad una mezza giornata di sessione in aula durante la quale vengono approfonditi i contenuti ed i temi affrontati durante le attività svolte a distanza.
- Come coinvolgere i partecipanti sullo svolgimento di attività a distanza che prevedono una riflessione sul proprio modo di vivere le emozioni?
- Come far fronte ad eventuali resistenze dovute ad un contesto che non è quello terapeutico?
- Come far sì che le persone lavorino con continuità e interesse e che si raggiungano veramente gli obiettivi di sviluppo prefissati?
Per far fronte a questi dubbi viene realizzato un vero e proprio “Business Game”: un gioco interattivo che prevede di assegnare un punteggio per ogni task svolto in modo che i partecipanti possano poi visualizzarsi in una classifica e “sfidarsi” nello sviluppo della competenza. Inoltre, il completamento di un task permette di “sbloccare” il task successivo secondo una logica per cui il partecipante è costretto a completarli tutti per poter finire il gioco.
L’accesso al sito web avviene previa registrazione e inserimento di un nickname e di una password strettamente personali che attivano il gioco.
In questo modo, grazie alla logica della competizione, è possibile garantire continuità e coinvolgimento nella partecipazione, e il fatto di assegnarsi un nickname dà la possibilità di partecipare in maniera anonima dato il contenuto strettamente personale dei task proposti. Per tutelare ulteriormente la privacy le risposte ai task sono visibili solo dallo staff che attribuisce i punteggi, ciò che i partecipanti possono vedere è solo il punteggio ottenuto ed il posizionamento in classifica.
Per rispondere ad eventuali resistenze a mettersi in gioco e per monitorare il processo di acquisizione della competenza viene data l’opportunità per chi lo desideri di poter avere un incontro individuale di feedback sulle attività e di approfondimento sugli aspetti più personali.

Contenuti e Strumenti Didattici del percorso
Strumenti didattici: Il “Mare delle emozioni”

Per raggiungere l’obiettivo di potenziare l’area delle abilità personali del gruppo in formazione i contenuti del percorso formativo sono strutturati su 3 livelli, seguendo le linee guida delle teorie di Goleman sull’intelligenza emotiva.

LIVELLO 1: CONSAPEVOLEZZA DI SE’

(Saper riconoscere le proprie emozioni, le proprie reazioni emotive, i propri punti di forza e di debolezza)
I primi 6 task hanno come oggetto attività connesse al riconoscimento ed alla classificazione delle emozioni, con riflessioni sul proprio modo di viverle e di reagire ad esse.

LIVELLO 2: PADRONANZA DI SE’
(Saper gestire i propri stati emotivi, i propri impulsi, le proprie risorse)
I successivi 7 task sono focalizzati su alcune emozioni “difficili” (rabbia, paura, ansia, stress ecc.) e su alcune tecniche da sperimentare per imparare a gestirle meglio.

LIVELLO 3: CONSAPEVOLEZZA SOCIALE
(Saper riconoscere le emozioni degli altri, Sintonizzazione ed Empatia)
Gli ultimi 7 task hanno lo scopo di far riflettere sul modo di comunicare le emozioni all’esterno e sul riconoscimento degli stati emotivi altrui, con focus sull’impatto del nostro mondo emotivo sui vissuti degli altri e sulla creazione di un clima lavorativo migliore e più produttivo.

Per rendere l’attività ancora più coinvolgente viene utilizzato un “Learning Movie”, filmato didattico con sceneggiatura creata ad hoc per lo scopo formativo. Alcuni task hanno quindi come oggetto l’analisi di una parte del filmato con relative domande di approfondimento.
Il Movie in questione, dal titolo “InterAction”, si sviluppa nel mondo aziendale e si centra sulla capacità da parte di un leader di comprendere i propri stati emotivi e saperli gestire per controllarne gli effetti su sè stesso e sugli altri. Un leader deve sapere riconoscere non solo le proprie emozioni ma deve essere in grado di sapere come i propri stati influenzano le persone con cui ha a che fare e in modo indiretto anche gli eventi che si creano.
ll tema del learning movie è quello della differenza tra un leader dotato di intelligenza emotiva e uno che non ha questo tipo di abilità. Vengono mostrate due situazioni che sono il frutto di una catena di eventi scaturiti dalla competenza piuttosto che dall’incompetenza emotiva del protagonista. La struttura è quella della “causa-effetto”, dove ad ogni reazione emotiva corrisponde
una conseguenza per sè, per gli altri, e per gli eventi circostanti.

LA BIOSISTEMICA IN AZIENDA: DA “LEADERSHIP EMOZIONALE” A “LEADERSHIP PSICOCORPOREA”
Oltre al progetto presentato sopra, esistono ulteriori proposte pratiche per possibili interventi in azienda che integrino lo “Sviluppo dell’Intelligenza Emotiva” a uno “Sviluppo dell’Intelligenza psico-corporea”.
Il percorso illustrato sperimenta alcune attività che possono essere ulteriormente approfondite ed applicate in modo più coinvolgente ed efficace; infatti alcuni aspetti dei lavori proposti si possono portare in contesti di gruppo o individuali laddove il conduttore/psicoterapeuta biosistemico abbia il compito di gestire attività psicocorporee atte a facilitare da una parte l’emergere delle emozioni e la loro osservazione/ascolto, dall’altra la loro gestione e/o contenimento.
I temi principali che rappresentano le maggiori aree di miglioramento in ambito aziendale sono:

  1. Alfabetizzazione e riconoscimento delle emozioni
  2. Usare il corpo per imparare a conoscerlo (attività corporee, respirazione, grounding)
  3. Empatia corporea
  4. Comunicazione e feedback
  5. Coerenza piano verbale-piano non verbale

Tali tematiche vanno a costituire la base didattica delle proposte che seguono.

Caratteristiche dei percorsi psicocorporei in azienda
Durata:
mediamente 2 giornate di 8 ore, preferibilmente con formula residenziale 1 week end.

Setting
: fuori dall’azienda, e preferibilmente in location che favoriscano un maggiore
“ascolto” (agriturismo o simili…)

Contenuti didattici
:
TEMA 1
Alfabetizzazione Emotiva

  • Educare all’ascolto di sè : identificazione dell’emozione, categorizzazione, associazione con ’evento scatenante, sensazioni fisiche, pensieri.
  • Griglia di auto-osservazione delle emozioni durante giochi o attività di gruppo (attività che prevedano discussione, risoluzione di problemi, conflitto, negoziazione) (vedi Appendice 1)

OBIETTIVO 1
Conoscere le emozioni e ciò che le scatenano. Imparare a riconoscere le proprie reazioni emotive e a monitorare il proprio linguaggio interno (pensieri) e il proprio corpo (sensazioni) per agire in modo più appropriato e positivo sui comportamenti (azioni).

TEMA 2
Alfabetizzazione Corporea

  • Attività di attivazione corporea
  • Attività connesse con la respirazione ed il grounding (individuali)
  • Attività connesse all’uso della voce (in gruppo)
  • Attività corporee sull’impatto del non verbale nella comunicazione: postura, espressività del volto, osservazione del corpo (in coppia o in gruppi di 3)

OBIETTIVO 2
Rieducare alla consapevolezza del proprio corpo e del corpo altrui. Migliorare la capacità di interagire con gli altri anche sul piano del non verbale.
Imparare tecniche di gestione delle emozioni basate sull’ascolto del proprio corpo e delle proprie sensazioni.

TEMA 3
Comunicazione e Feedback Emotivo

  • Griglia di etero-osservazione. Osservo le emozioni dell’altro e mi annoto cosa provocano in me.
  • Debriefing: comunicare all’altro cosa ho provato, in relazione a quale sua emozione/comportamento/commento, cosa ho apprezzato, cosa invece è da migliorare
  • Realizzazione di attività che incoraggino l’espressione non-verbale delle emozioni accanto al racconto verbale.

OBIETTIVO 3
Creare l’instaurarsi di un linguaggio integrato mente-corpo. Educare alla metacomunicazione ed alla critica costruttiva. Utilizzare l’empatia per creare rapporti improntati alla fiducia e alla chiarezza, ed un ambiente accogliente e sicuro.

Coaching individuale e consapevolezza corporea
Nel coaching individuale i temi da proporre sono gli stessi. Il setting non è dei più consoni (spesso gli incontri di coaching si svolgono in ufficio o in una sala meeting in azienda), tuttavia si possono proporre alcune di queste tecniche e altre si possono suggerire come “compito per casa”.
In particolare nei percorsi one-to-one è possibile effettuare un lavoro sulla comunicazione mediante l’utilizzo di tecniche di rispecchiamento corporeo, identificazione o simulazione.

1)Tecniche di rispecchiamento corporeo
:
Assumere la medesima postura-espressione del volto-gestualità del cliente (coachee) mentre simula una conversazione con la persona o le persone con cui ha me maggiori difficoltà relazionali. Ciò ha l’effetto immediato di fare da specchio alla persona per mostrare come sta comunicando sul livello del non-verbale ed apportare eventuali cambiamenti che migliorino l’efficacia della comunicazione stessa.

2)Identificazione
:
Identificarsi con il coachee ripetendo le sue parole-chiave in prima persona.
Ad esempio: “Sono Carlo e quando parlo con Giovanni non riesco a dirgli veramente ciò che penso”, oppure “Sono Carlo e quando parlo con Maria non riesco ad essere abbastanza incisivo”, o ancora “Sono Carlo e quando Giovanni mi parla in questo modo mi arrabbio ma non riesco ad esprimere la mia emozione”….ecc…
Questa tecnica di ascolto profondo ha un effetto potente sullo sviluppo di una maggiore consapevolezza rispetto alle implicazioni emotive e degli effetti su di sè e sugli altri delle modalità comunicative del cliente. Questa pratica è altresì utile al coach/terapeuta per approfondire i vissuti del coachee e comprendere meglio i suoi schemi di azione e reazione nelle relazioni professionali.

3)Simulazione
:
La tecnica della simulazione prevede che il coach/terapeuta assuma il ruolo di uno degli interlocutori difficili del cliente per metterlo alla prova nelle sua modalità di comunicazione.
Dopo la simulazione il coach restituisce un feedback su due dimensioni: da una parte comunica al cliente come la sua comunicazione lo ha fatto sentire, e dall’altra gli dà un feedback su come è avvenuta la sua comunicazione.
Questo permette al coach di creare una vera e propria palestra per allenare il coachee a migliorare la propria comunicazione su più livelli: sul piano verbale, paraverbale, non verbale ed emotivo.

Conclusioni

Parlare di emozioni in ambito aziendale e soprattutto a livelli medio alti è ancora un tabù. Ha a che fare con una vecchia concezione del potere, chi ha potere non deve mostrare di avere emozioni.
L’emotività è una prerogativa femminile e dei deboli; questa mentalità maschilista-autoritaria è ancora alla base del perchè ci siano ancora così poche donne in posizioni di responsabilità elevate nelle organizzazioni.
Ma il contesto economico e sociale odierno così mutevole e incerto sta favorendo il cambiamento di questo tipo di mentalità. Nel 2002 Daniel Kahneman e Vernon L. Smith, uno psicologo ed un professore di economia, hanno vinto il Premio Nobel per l’economia per aver coniato un principio, detto “Legge di Kahneman-Smith”:
“In condizioni di incertezza la dominabilità razionale delle scelte passa in secondo piano rispetto alla gestione delle dinamiche psicologiche.”
(da http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/economics/laureates/2002/press.html )

Questo significa che le dinamiche psicologiche delle risorse umane in azienda non si possono più ignorare. Significa che la complessità dei moderni contesti organizzativi ha bisogno di trovare certezze nelle relazioni tra le persone. E le relazioni sono fatte di pensiero, azione ed emozione.
Tuttavia c’è ancora chi pensa che l’importante sia solo produrre risultati numerici, quantitativi….e che quando andiamo a lavorare dobbiamo lasciare noi stessi a casa. La realtà delle cose ci dice che non è più così, ma che anzi saper gestire più efficacemente il nostro modo di interagire con gli altri può incrementare il successo non solo personale ma del team di lavoro e di conseguenza dell’intera organizzazione.

“Con il modificarsi del mondo aziendale cambiano anche le caratteristiche che servono per sopravvivere. Tutte queste transizioni aggiungono valore all’intelligenza emotiva. L’aumento delle pressioni competitive dà nuovo valore agli individui capaci di automotivarsi, di dimostrare iniziativa, dotati dell’impulso interiore per superare se stessi e abbastanza ottimisti da saper prendere con calma rovesci e insuccessi…” (Goleman, 2000, p. 368)

Un traguardo ambizioso ma possibile: sviluppare queste capacità si può, attraverso una formazione specifica che preveda di integrare attività che favoriscono lo sviluppo della consapevolezza emotiva con attività sulla consapevolezza corporea.
Conoscere il corpo per conoscere le emozioni. Conoscere le emozioni per rendere più efficace la comunicazione, le relazioni, il lavoro.
Integrare corpo e mente per raggiungere l’equilibrio ed il benessere, in ogni ambito della vita.

Autore: Jada Adorni
“Il Corpo in Azienda: Intelligenza Emotiva e Biosistemica per lo sviluppo delle performance”, tratto in data 09-10-2012 da Obiettivo Psicologia. Formazione, lavoro e aggiornamento per psicologi

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